Proprio opere così sembrano esser poste a dimostrare quanto la poesia richieda una mente aperta e disponibile a recepirla, refrattaria a ogni convenzione concettuale, pronta a sovvertire gli ordini lineari del pensiero, a convincersi delle realtà del non
Proprio opere così sembrano esser poste a dimostrare quanto la poesia di Milvia Lauro richieda una mente aperta e disponibile a recepirla, refrattaria a ogni convenzione concettuale, pronta a sovvertire gli ordini lineari del pensiero, a convincersi delle realtà del non visibile, ad ampliare gli spazi della percezione, a rifuggire l’angustia del dogma. È “il tempo attraversato / da strabilianti vortici / e barlumi” che l’autrice solca; ancora da Lazzaro: “L’anima febbricitante / avrà bisogno di donarsi / per ritrovare / il suo flusso usuale / (…) / Nessuno vuol sapere / quali vene profonde / ha navigato, / se ne ha colto il senso / e come si può riuscire / a volgere le spalle / alla certezza del divenire / eterno, / per rinascere scheggia / sofferta e sola / sapendo, ancora, / di dover morire”.(...)
Rodolfo Tommasi