La sicura esperienza narrativa e l’indiscutibile abilità di scrittura, dimostrate dall’autrice
La sicura esperienza narrativa e l’indiscutibile abilità di scrittura, dimostrate dall’autrice Elisa C. De Mores nelle sue molte e interessanti, e più volte premiate, pubblicazioni di vario genere, hanno certamente contribuito a fare di questo lungo e molto ben calibrato racconto (o breve romanzo) un piccolo capolavoro di compattezza e facilità espositiva e di ingegnosa invenzione. Il suo pregio è la varietà delle implicazioni e degli spunti inventivi, con riferimenti di naturale e spontanea e certamente non voluta derivazione, e in particolare con una vaga ma affascinante analogia o mediazione inconscia con il genere del “récit phantastique”. È un genere altrimenti definito in Italia con il nome non molto adatto di “perturbante”, che dovrebbe tradurre il termine più preciso di unheimlich, ossia “strano e inquietante”, adoperato da Freud nel saggio sui racconti di E.T.A. Hoffmann, un genere diffuso in Europa in epoca romantica, e conosciuto e attuato tardi in Italia solo con l’avvento dell’avanguardia letteraria tardottocentesca della Scapigliatura milanese, e in particolare dei racconti di Iginio Ugo Tarchetti. (...)