Report • Culture della critica

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30,00 €
Larghezza: 150 mm
Altezza: 210 mm
Autore: Biondi MarinoBiondi Marino


In una lettera di Samuel Beckett, a Mania Péron, 27 luglio 1953, ci si imbatte in queste parole: «Letto quanto segue negli annunci matrimoniali: Pecora nera delusa dalla vita sposerebbe capro espiatorio vittima di guai.» Ecco il libro ideale, una raccolta di annunci simili, fra cronaca, letteratura, dramma e farsa della vita. Report – si parva licet – vorrebbe essere uno zibaldone un po’ beckettiano. Un quadernone abbastanza libero. L’indice analitico, registrando ogni voce, guida il lettore a vetrine e vetrinette, e a ogni altro stand in mostra. Sulla critica e il suo esercizio quotidiano, non solo in letteratura. Critica come training mentale di ogni ora, reattività a ogni stimolo che voglia attenzione, riflessione, giudizio. Immersi in un magma (meanstream) di messaggi, immagini, segnali, a cui, bene o male, siamo costretti a rispondere e a variamente corrispondere. Un antropologo americano, Joseph Henrich, ha suggerito che gli occidentali siano le persone più strane del mondo. Weirdest people in the world. Il libro cattura, fra pecore nere e capri espiatori, qualcuna di queste stranezze, evidenti dove si parli di cultura. Di cui ci riempiamo la bocca, non sappiamo con quale nutrimento. Una in particolare, l’ossessiva tendenza alla realizzazione di sé. La critica è la forma più lucida e autonomamente libera, senza essere arbitraria, di reazione al mondo esterno e alla sua messaggistica continua. In queste pagine, che pure prescindono dalla terribile onda d’urto della guerra in Ucraina (24 febbraio 2022), si è inteso cogliere della critica la più lata accezione. Non solo critica letteraria che pure occupa non poche pagine. Ma è solo una porzione di spazio, poi c’è tutto il resto nel mondo che ugualmente attrae la mente curiosa. Le forme della critica sono raccontate come in una narrazione dell’intelletto analitico e giudicante, nelle più varie circostanze, alle prese con libri, film, letteratura, poesia, spettacoli, quadri, cronache, più nere che bianche, di immacolato non c’è quasi nulla intorno a noi, fatti e fattacci della storia. Fra passato remoto e un presente incalzante e pauroso, l’immersione nelle news, fra alto e basso, eccellenza e trash, costantemente monitorata, è sostenuta da echi e richiami incrociati, ai classici e ai contemporanei, in uno stato di compresenza, che mostra quanto il sapere si sia assottigliato nei secoli - inarrestabile la diminutio delle conoscenze - e come oggi operiamo nella cultura, sapendo sì tutti qualcosa, democraticamente spartita, a ciascuno la sua particola di sapere specialistico. Tutti ma poco. La diagnosi, che molti sapessero poco, ma un poco molti quasi tutti sapessero, fu stilata a suo tempo dall’ultimo sapiente, Giacomo Leopardi da Recanati. Vide per primo la mediocre dieta culturale del moderno. Previde, in quel contesto affollato e competitivo, che i poeti, gli artisti, dalle intangibili solitudini di un tempo, moltiplicandosi, avrebbero dovuto fare a gara fra loro, mostrarsi, farsi vedere, duellare, e indefessamente promuoversi. Abbiamo richiamato alla memoria di lettori, forse ignari, quei dotti stravaganti e supremi (Giorgio Pasquali), che crearono un insuperato modello di studio-saggio, la cui pianta si è estinta. I marxisti enciclopedici come György Lukács, che lessero tutto lo scibile fra le tempeste della rivoluzione. E ancora storiche autorità di fondazione nazionale, come Francesco De Sanctis, il cui ritratto è anche una storia della sua Storia. Con altri protagonisti in scena, figure dominanti nella disciplina (Walter Benjamin, Harold Bloom, George Steiner, Jean Starobinski, Marc Fumaroli, Susan Sontag). E molti comprimari, personaggi e interpreti della cultura italiana e internazionale. Umberto Eco, il sovrano dei segni, il rekordman di un eclettismo sapienziale che, come il regno di Carlo V, poté dire di non vedere mai il sole tramontare sulle proprie terre. Dai fumetti di Mandrake ai quiz televisivi, dai rumori catodici alle Critiche kantiane. F&L e la bottega del romanzo, fra artigianato e industria, e non a caso nella città che più ha saputo innovare, la multipla variegata misteriosa Torino, egizia, sabauda, agnelliana, sindonica, satanico-gnostica--magico-alchemica. La critica letteraria, la critica storica, la critica cinematografica, la critica televisiva, la critica teatrale, la critica d’arte, la critica paranoica dei cospirazionismi, la critica semiologica, la critica del cazzeggio, diffusissima nelle nostre contrade, la critica della critica. Un capitolo centrale è dedicato alla genesi davvero singolare del più grande romanzo dell’era moderna, nato dalle doglie di un libro di critica in bozze, che non si decideva a nascere - solo l’avversario cui indirizzarlo era sicuro - il giudice più influente della sua epoca, il critico, Charles Augustin de Sainte-Beuve. La Recherche proustiana rivela all’evidenza quanto i due generi, creazione romanzesca e interpretazione, che sembrano opporsi, siano in realtà intimamente avviluppati, all’origine indivisibili, e pertanto si diano reciproco tormento, come i serpi intorno al corpo di Laocoonte.

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