Non si direbbe che questa poesia, che sembra
legata a "placidi"
Non si direbbe che questa poesia di Vittoria Spinardi, che sembra
legata a "placidi" ricordi di volti amati e dolci paesaggi
e piacevoli e ridenti paesi "agresti", sia da considerare
anch'essa - non solo per la sua originale
maniera "malinconica" e la sua versificazione spezzata
e sussultante - una poesia luttuosa, com'è gran
parte della poesia moderna (a partire dalla "lingua
mortale" di Leopardi e da quella "sepolcrale" del
Foscolo), ossia una poesia collegata a quella fase
tragica della vita, che è intesa comunemente come
il "lavoro del lutto", una elaborazione di "pensieri
dispersi", che vengono "da un remoto / angolo
dell'anima", provocati dal ricordo di persone care
scomparse e di lontane "stagioni" felici, "onde" di
un tempo "irrevocabilmente" perduto. (...)